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RICK RIORDAN PERCY JACKSON e gli DEI dell' Olimpo LA MALEDIZIONE del TITANO traduzione di Loredana Baldinucci MONDADORI A Topher Bradfield Un ragazzo del campo che ha fatto un mondo di differenza UNO LA MIA OPERAZIONE DI SALVATAGGIO FINISCE PARECCHIO MALE Il venerdì prima dell'inizio delle vacanze invernali, mia madre mi preparò un borsone con il necessario per la notte e un paio di armi micidiali, e mi portò in un collegio nuovo. Lungo la strada, passammo a prendere le mie amiche Annabeth e Talia. Bar Harbor, nel Maine, era a otto ore di macchina da New York. Neve e pioggia ghiacciata battevano l'autostrada. Io, Annabeth e Talia non ci vedevamo da mesi ma, fra la tormenta e il pensiero di quello che stavamo per fare, eravamo troppo nervosi per parlare granché. La mamma no. Quando è nervosa, lei parla di più. Finalmente arrivammo a Westover Hall mentre stava facendo buio e lei aveva già raccontato ad Annabeth e Talia ogni imbarazzante aneddoto della mia infanzia. Talia pulì il finestrino con la mano e sbirciò fuori. — Oh, fantastico! Sarà divertente. Westover Hall sembrava il castello di un cavaliere malvagio. Era di pietra nera, con torri, feritoie e un enorme portone di legno. Si ergeva in cima a una collina innevata, tra una grande foresta coperta di ghiaccio da un lato e l'oceano grigio che ribolliva dall'altro. — Sei sicuro che non vi devo aspettare? — chiese mia madre. — No, grazie, mamma — risposi. — Non so quanto ci vorrà. Ce la caveremo. — Ma come tornerete a casa? Sono un po' preoccupata, Percy. Sperai di non arrossire. Era già abbastanza umiliante dover dipendere da un passaggio di mia madre per andare a combattere le mie battaglie. — Non c'è problema, signora Jackson. — Annabeth sorrise, rassicurante. Aveva i capelli biondi infilati in un berretto di lana e gli occhi grigi dello stesso colore dell'oceano. — Lo terremo fuori dai guai. Mamma sembrò rilassarsi un poco. Pensa che Annabeth sia la semidea più assennata che abbia mai varcato la soglia della terza media. È sicura che spesso sia lei a impedirmi di farmi ammazzare. Ha ragione, ma questo non vuol dire che la cosa debba piacermi per forza. — Bene, ragazzi — esclamò mia madre. — Avete tutto quello che vi serve? — Sì, signora Jackson — rispose Talia. — Grazie per il passaggio. — Maglioni di ricambio? Il mio numero di cellulare? — Mamma... — Il tuo nettare e la tua ambrosia, Percy? E una dracma d'oro per contattare il campo in caso di bisogno? — Mamma, dai! Staremo bene. Andiamo, ragazze. Sembrò restarci un po' male, e mi dispiaceva, ma dovevo proprio scendere da quella macchina. Se mia madre avesse raccontato un'altra storia su quanto fossi carino a tre anni nella vasca da bagno, ero pronto a scavarmi la fossa nella neve e morire assiderato. Annabeth e Talia mi seguirono. Le raffiche di vento sul giaccone erano come pugnalate di gelo. Quando la macchina della mamma sparì in lontananza, Talia commentò: — Tua madre è forte, Percy. — Sì, non è male — ammisi. — E la tua com'è? Vi sentite mai? Mi pentii subito della domanda. Talia era bravissima a scoccare occhiatacce, sarà stato per via di quei vestiti da punk - il giaccone militare strappato, i pantaloni di pelle nera e le catene - oppure per l'eyeliner nero e quegli intensi occhi blu. Ma l'occhiataccia che mi lanciò in quel momento era da dieci e lode. — Se fossero affari tuoi, Percy... — Meglio che entriamo — ci interruppe Annabeth. — Grover ci starà aspettando. Talia guardò il castello e rabbrividì. — Hai ragione. Mi chiedo cos'abbia trovato qui che possa averlo spinto a mandarci l'sos. Scrutai le torri scure di Westover Hall. — Niente di buono — indovinai. Il portone di quercia si aprì con un gemito, e noi tre ci infilammo in un mulinello di neve. L'unica cosa che riuscii a dire fu: — Cavolo. Quel posto era enorme. Le pareti erano rivestite di stendardi e vetrine piene di armi: fucili d'antiquariato, asce di guerra e un sacco di altra roba. Intendiamoci, sapevo che Westover era una scuola militare, ma a guardare quelle decorazioni c'era da restarci secchi. Letteralmente. Mi infilai d'istinto la mano nella tasca, dove tenevo la mia micidiale penna a sfera, Vortice. Percepivo già che c'era qualcosa di sbagliato in quel posto. Qualcosa di pericoloso. Talia si accarezzava il braccialetto d'argento, il suo oggetto magico preferito. Sapevo che stavamo pensando la stessa cosa. C'era uno scontro in arrivo. Annabeth cominciò a dire: — Chissà dove... Il portone si richiuse alle nostre spalle con un tonfo. — Oookay — borbottai. — Immagino che ci fermeremo per un po'. Sentivo una musica riecheggiare in fondo all'atrio. Sembrava un pezzo dance. Nascondemmo i borsoni dietro una colonna e ci avviammo da quella parte. Non avevamo fatto molta strada quando udii dei passi sul pavimento di pi

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